Il ponte

Valerio Aiolli

Gli capitava di perdersi. Per strada, a volte. Nei ricordi, nei progetti sfumati, nei sogni accarezzati, più spesso. Forse era l’età. O forse semplicemente la sua natura che finalmente si era decisa a farsi avanti senza tentennamenti. Era uno che si perdeva.

Che male c’era? Aveva lavorato tutta la vita per nascondere questa tendenza, per poi accorgersi che era stata fatica sprecata. Perdersi aveva una sua bellezza. Si sentiva sughero alla deriva, piuma nel vento: la libertà dai doveri, la sottrazione di sé.Poi, ogni tanto, avvertiva il bisogno di tornare. A casa. Agli spazi che conosceva, ai meccanismi noti del pensiero. Alle persone che amava.

Allora, in quei momenti, avvicinava agli occhi i Fassamano che portava sempre al collo e controllava il nome di una via, le fattezze di un volto su una foto, la concatenazione di una frase in mezzo a un libro. Ed era di nuovo presente. A sé stesso. Con gli altri. Nel mondo.

Fassamano, pensò: il ponte tra i miei modi di essere.