Se ne rese conto troppo tardi, era già in ascensore con le braccia cariche di pacchetti per cugini, zie, nipoti e anche un paio di amici di famiglia, riparati lì da tempeste o bonacce disperanti. Gli occhiali, aveva dimenticato (dove!?) gli occhiali. Da un paio d’anni aveva dovuto rinunciare alla soddisfazione di sentirsi dire: “Ah, ma alla tua età leggi ancora senza occhiali?”, e si era dotato di un paio di quelli da presbite che, due volte su tre, dimenticava. E dimenticava dove li aveva dimenticati. E adesso come avrebbe fatto a orientarsi in quel mare di bigliettini che aveva passato tutta la mattinata a scrivere, bilanciando come un alchimista le dosi di ironia, affetto e anche qualche punta cattivella di sarcasmo, che quando ci vuole ci vuole? Avrebbe dovuto stringere le palpebre, allontanare dagli occhi il biglietto, e quello che si sarebbe sentito dire è che non accettava di invecchiare, che voleva fare l’eterno ragazzo, ma non era così perché… L’ascensore si fermò al piano. Porta aperta, sorrisi, abbracci, quell’aria morbida che si materializza solo quel giorno lì, a Natale, come per incanto. E come per incanto, togliendosi il cappotto, si rese conto di avere al collo i suoi Fassamano. Talmente parte di sé, da non farci caso. Talmente preziosi, da non dimenticarli. Mai.